Il frammento 132 degli Oracoli caldaici e il silenzio dei teurghi
Due parole e un vocativo: sîg’ éche, mýsta, che Angelo Tonelli rende «Mantieni il silenzio, iniziato!». Il frammento 132 degli Oracoli caldaici ci è giunto nella citazione di Proclo nel commento al Cratilo di Platone, e nulla sappiamo dei versi che lo precedevano o lo seguivano[1]. La brevità, tuttavia, non ne diminuisce il peso specifico; lo avvicina semmai a una parola d’ordine, a una di quelle formule che valgono per ciò che interdicono assai più che per ciò che enunciano. Nel commento, Tonelli vi riconosce l’invito a tacere una volta raggiunta la visione culminante e, insieme, la prova più evidente che gli Oracoli nascessero come esperienza esoterica, trasmessa da uno o più maestri a iniziati tenuti al segreto, con un approfondimento orale affiancato alla tradizione scritta[2]. La lettura è sobria e coerente con il divieto di parola che accompagnava i culti misterici del mondo antico; lascia però in ombra la domanda per noi interessante: quale specie di silenzio pretende l’oracolo?
Il greco, osservato da vicino, suggerisce qualcosa di più di un obbligo di riservatezza. Sîga è un avverbio, e vale «in silenzio», «sottovoce»; l’imperativo éche, dal verbo échein (avere, tenere), quando regge un avverbio non indica un possesso ma la condizione nella quale ci si mantiene, come quando in italiano diciamo che qualcuno «sta quieto». Manca, in altri termini, qualsiasi complemento oggetto: non c’è nulla da custodire, nessun contenuto da sottrarre alle orecchie sbagliate. L’oracolo non ordina al mýstēs, all’iniziato ai misteri, di tacere una dottrina; gli chiede di dimorare nel silenzio, di assumerlo come stato proprio. Anche il vocativo lavora nella medesima direzione, giacché il nome dell’iniziato deriva da myéō (introdurre ai misteri), verbo che si suole ricondurre a mýō, chiudere le labbra o gli occhi: l’iniziato sarebbe dunque, già nel proprio nome, colui che ha chiuso qualcosa, e l’oracolo si limiterebbe a rammentargli ciò che egli è.
Helmut Seng, che al frammento ha dedicato uno studio specifico, osserva come gli Oracoli superstiti dicano pochissimo intorno ai riti concreti, e avanza fra le spiegazioni possibili l’ipotesi che i neoplatonici citanti si siano attenuti al divieto di parola tipico dei misteri; secondo quanto Proclo tramanda, aggiunge, il comando valeva per determinati contenuti della metafisica, e forse anche per la pratica rituale[3]. Nel luogo che ce lo conserva, dunque, il frammento 132 è inteso come regola di segretezza, e non ho ragione di contestare quella lettura. Mi interessa piuttosto domandarmi da dove un teurgo traesse la certezza che il silenzio fosse la condotta appropriata; la risposta, probabilmente, si trova più in alto che nel regolamento interno di una confraternita.
Nel sistema caldaico il silenzio è anzitutto un attributo del principio, prima ancora di essere una virtù dell’uomo. Il frammento 16, sopravvissuto in poche parole, evoca «il silenzio che nutre il dio» proprio dei Padri (theothrémmōn sigḗ)[4]. Il silenzio non appartiene dunque a chi prega, bensì al vertice della gerarchia caldaica: là dove il Padre, che non entra in contatto con la materia e affida a un secondo Intelletto il compito di plasmarla, si tiene in disparte da ogni opera[5]. Se il principio è silenzio, chi voglia risalire fino a esso non potrà farlo moltiplicando le formule, perché ciascuna lo allontanerebbe di un grado dalla sorgente; dovrà semmai percorrere a ritroso la via del lógos (parola, discorso, ragione), fino al punto in cui la parola non era ancora stata pronunciata. Il silenzio dell’iniziato diventa allora imitazione, nel senso platonico della homoíōsis (assimilazione), di una condizione divina.
Giamblico, nel quale Hans Lewy riconosceva il primo sistematore delle scienze occulte e colui che accolse le dottrine degli Oracoli nella propria sapienza misterica, battezzandola «teurgia»[6], conduce l’intuizione fino alle sue conseguenze cultuali. Esponendo nel De mysteriis la teologia che attribuisce ai sacerdoti egizi, egli colloca al vertice un principio indiviso, che chiama Eicton, nel quale risiedono il primo intelligente e il primo intelligibile. Di esso precisa che «è onorato soltanto mediante il silenzio» . Il verbo impiegato, therapeúetai, «è servito», «è curato», appartiene al lessico del culto e della cura, quello stesso che designa il servizio reso a un dio dentro il tempio: il silenzio non vi figura come un’omissione, come un rito mancato per difetto, bensì come la liturgia più alta, l’unica adeguata a ciò che precede ogni nome. Chi tace davanti al primo principio non si astiene dal culto; lo celebra nella sola forma che non ne tradisca la natura.
Il frammento 132 custodisce insomma due silenzi, che la tradizione ha forse confuso troppo presto. C’è il silenzio rivolto verso il basso, verso i profani, quello del segreto che Seng suppone osservato dagli stessi commentatori neoplatonici; e c’è il silenzio rivolto verso l’alto, verso il Padre, che del primo costituisce il fondamento e insieme la giustificazione. Senza il secondo, il primo si ridurrebbe a una norma disciplinare, rispettabile quanto si vuole ma muta nell’accezione più povera del termine; con il secondo, il divieto di parlare si rivela ombra esteriore di un esercizio interiore, e chi abbia imparato a dimorare nel silenzio non ha più bisogno che qualcuno glielo imponga. Forse per questo l’oracolo chiama l’iniziato con il suo nome, quasi a rammentargli che il silenzio non gli viene richiesto come un sacrificio, ma gli appartiene come una condizione. Il lettore che frequenti altri templi riconoscerà l’insegnamento senza che occorra nominarlo e riconoscerà il silenzio dell’Apprendista come primo passo verso il silenzio del magistero.
Michele Leone
[1] [Giuliano il Teurgo], Oracoli caldaici, a cura di Angelo Tonelli, Bompiani, 2021, p. 310, frammento 132 (= p. 55 Kroll = Proclo, In Cratylum, 67, 20 P.): Σῖγ’ ἔχε, μύστα.
[2] Ivi, pp. 310-311.
[3] Helmut Seng, «Σῖγ’ ἔχε, μύστα (OC 132). Zur Theurgie in den Chaldaeischen Orakeln», in Francesco Massa, Nicole Belayche (a cura di), Les Philosophes et les mystères dans l’empire romain, Presses universitaires de Liège, 2021, pp. 91-126: «Oder die Ursache ist bei den zitierenden Neuplatonikern zu suchen, sei es, dass es ihnen [...] an Interesse für diesen Aspekt der OC fehlte, sei es, dass sie sich diesbezüglich an das mysterientypische Schweigegebot hielten. Vielleicht galt nicht nur für bestimmte Inhalte der Metaphysik, wie Proklos überliefert, sondern auch hierfür OC 132: σῖγ’ ἔχε, μύστα». Trad. it.: «Oppure la causa va cercata nei neoplatonici che li citano, sia perché mancava loro [...] l’interesse per questo aspetto degli OC, sia perché al riguardo si attennero all’obbligo del silenzio tipico dei misteri. Forse non valeva soltanto per determinati contenuti della metafisica, come tramanda Proclo, ma anche per questo l’OC 132: σῖγ’ ἔχε, μύστα».
[4] Frammento 16: τῇ θεοθρέμμονι σιγῇ τῶν πατέρων. Traduzione condotta sul greco; Ruth Majercik, The Chaldean Oracles. Text, Translation, and Commentary, Brill, 1989, rende «in the god-nourishing silence of the Fathers». Vedi anche … Silenzio dei padri, di cui si nutre il dio… Oracoli Caldaici, op. cit. p. 73
[5] Hans Lewy, Chaldaean Oracles and Theurgy, troisième édition par Michel Tardieu, Institut d’Études Augustiniennes, 2011, cap. I: «As He himself does not enter into contact with matter, He has charged with the copying of this form the Second Intellect, whom the Chaldaeans for this reason call “the Artisan”». Trad. it.: «Poiché Egli stesso non entra in contatto con la materia, ha affidato al Secondo Intelletto la riproduzione di questa forma; ed è per tale ragione che i Caldei lo chiamano “l’Artefice”».
[6] Ivi, Introduction: «the Neoplatonist Iamblichus [...] was the first systematizer of the occult sciences: it was he, too, who adopted the doctrines of the Chaldaean Oracles and incorporated them into his mysteriosophy to which he gave the name “Theurgy”». Trad. it.: «il neoplatonico Giamblico [...] fu il primo sistematore delle scienze occulte: fu lui, del pari, ad accogliere le dottrine degli Oracoli caldaici e a incorporarle nella propria misteriosofia, cui diede il nome di “Teurgia”».