Entrando nel cimitero monumentale di Romagnano Sesia, in Regione Braja, lo sguardo cade immediatamente sulla grande figura collocata sopra il portale d’ingresso. Alta oltre due metri e posta al centro del timpano, è stata spesso interpretata come un angelo. Un’osservazione più attenta, tuttavia, suggerisce una lettura molto diversa: quella figura femminile sembra rappresentare una donna incinta, simbolo non soltanto della morte, ma soprattutto della rinascita.
È probabilmente proprio in questa immagine che si concentra uno degli aspetti più affascinanti dell’intero complesso funerario. La realizzazione delle decorazioni e delle opere scultoree fu affidata alla Ditta Prof. Carlo Cantoni e Conconi di Novara. Carlo Cantoni, indicato nei documenti come «professore scultore» e appartenente alla Massoneria, poteva attingere a un linguaggio simbolico nel quale il ciclo della natura, la continuità della vita e il rapporto fra morte e rigenerazione avevano un significato particolarmente intenso.
Anche il progetto originario lasciava ampio spazio all’interpretazione dell’artista. Nel capitolato predisposto dall’ingegner Erminio Andreoni, infatti, alla voce venticinque si prevedeva semplicemente una «statua a soggetto da determinarsi». Non era dunque stabilito che dovesse trattarsi di un angelo. L’immagine della maternità può allora essere letta come una rappresentazione universale della vita che continua oltre la morte: chi attraversa quella soglia entra nel luogo dei defunti, ma viene simbolicamente accolto da una figura capace di generare nuova vita.
Il cimitero di Regione Braja nasce, però, prima ancora che da esigenze artistiche e simboliche, da un problema estremamente concreto: le condizioni ormai insostenibili del vecchio camposanto romagnanese situato in regione Figaro.
Già nel 1890 le autorità avevano rilevato una situazione igienica preoccupante. La falda acquifera si trovava in alcuni punti ad appena ottanta centimetri dalla superficie e rendeva difficili e malsane le inumazioni. La necessità di individuare un terreno più adatto divenne quindi sempre più urgente.
La scelta cadde sulla Regione Braja, dove il suolo risultava asciutto e sufficientemente profondo da permettere una corretta decomposizione delle salme, nel rispetto delle prescrizioni di polizia mortuaria. La decisione di trasferire il cimitero venne sottoposta anche alla popolazione attraverso un apposito referendum.
A progettare il nuovo complesso fu chiamato l’ingegner Erminio Andreoni di Novara. La sua intenzione non era quella di realizzare un semplice recinto funerario, ma una vera e propria architettura monumentale. Nella relazione del 1904 spiegò di essersi ispirato allo stile bizantino, considerato un richiamo alla «culla della cristianità», interpretandolo tuttavia in una forma aggiornata e adatta al «concetto dei tempi».
Il progetto iniziale era molto ambizioso. La spesa prevista raggiungeva le 74.000 lire, una cifra notevole per il Comune. Le disponibilità finanziarie imposero però una riduzione dell’intervento: il Ministero dell’Interno autorizzò inizialmente un prestito di sole 20.000 lire e fu necessario rinviare alcune opere considerate non indispensabili nell’immediato.
Tra queste vi erano l’Oratorio monumentale completo, la casa del custode e parte dell’ossario. Il cimitero avrebbe quindi preso forma gradualmente, privilegiando nella prima fase le strutture necessarie al suo funzionamento.
Nonostante queste limitazioni economiche, i lavori eseguiti fra il 1906 e il 1908 conservarono un livello costruttivo e decorativo molto elevato. Uno degli elementi caratteristici fu l’utilizzo del cemento di getto martellinato a imitazione della pietra, soluzione scelta sia per la resistenza nel tempo sia per l’effetto estetico.
Una particolare attenzione venne dedicata anche alle decorazioni dei porticati. Qui furono collocate diciassette targhe raffiguranti il “Dolore”. Per contenere le spese senza sacrificare la qualità artistica si stabilì che la figura allegorica fosse rappresentata frontalmente, così da poter utilizzare un unico stampo per produrre tutti gli esemplari.
Accanto agli aspetti monumentali vi era però una sorprendente attenzione alle esigenze sanitarie e tecnologiche. Nel corpo d’ingresso trovavano posto la sala delle autopsie, con pareti smaltate e tavola anatomica in cemento lucido, e la camera mortuaria.
Quest’ultima era dotata di un dispositivo particolarmente interessante per l’epoca: un sistema di suonerie elettriche destinate a segnalare eventuali casi di morte apparente. Le suonerie erano collegate con la casina del custode, in modo da consentire una sorveglianza continua delle salme durante il periodo di osservazione.
La costruzione non procedette, tuttavia, senza difficoltà. Nell’autunno del 1907 una serie di piogge particolarmente intense fece emergere un problema imprevisto del terreno: l’acqua penetrava nelle cripte e negli ambienti sotterranei.
Andreoni dovette predisporre rapidamente una variante al progetto, prevedendo un lungo canale di scarico realizzato con tubazioni in cemento, destinato a convogliare le acque verso la Roggia Mora. L’intervento rese necessarie complesse trattative con i proprietari dei terreni vicini per ottenere i necessari diritti di passaggio, ma venne giudicato indispensabile per garantire la salubrità dell’intero complesso.
Anche l’organizzazione interna del cimitero raccontava molto della società romagnanese dei primi anni del Novecento. Nella zona centrale erano sistemati quattro grandi campi destinati alle inumazioni comuni decennali. Lungo il perimetro, invece, si disponevano i porticati monumentali, le cripte private e i colombari concessi perpetuamente alle famiglie economicamente più agiate.
Il costo delle sepolture variava in funzione della posizione e dell’importanza: per una tomba d’angolo si potevano raggiungere anche le 1.500 lire, una somma considerevole per l’epoca.
Il progetto contemplava inoltre una distinzione degli spazi sulla base dell’appartenenza religiosa. Un settore separato, destinato agli acattolici, era previsto alla destra dell’Oratorio. Andreoni motivò esplicitamente questa soluzione con la volontà di rispettare i sentimenti religiosi della popolazione.
Il nuovo cimitero entrò ufficialmente in funzione il 15 agosto 1908. Da quel momento cessarono definitivamente le sepolture nel vecchio camposanto di regione Figaro.
Al momento dell’apertura il progetto non era ancora stato completato in tutte le sue parti. Dell’Oratorio, ad esempio, era stato realizzato soltanto il pronao, necessario per non interrompere l’armonia della facciata monumentale. Il complesso era comunque pienamente utilizzabile e rispondeva alle norme sanitarie allora in vigore.
Il costo conclusivo dei lavori raggiunse 51.332,63 lire, cifra superiore alle prime disponibilità ma comunque inferiore all’ambizioso progetto originario. All’aumento contribuirono anche alcune migliorie introdotte durante l’esecuzione, tra cui l’impiego dell’Eternit per le coperture, materiale allora considerato moderno, durevole e tecnicamente innovativo.
Con il collaudo definitivo del maggio 1910 si concluse formalmente una vicenda iniziata quasi vent’anni prima.
Il cimitero monumentale di Romagnano Sesia resta così una testimonianza particolarmente significativa dell’inizio del Novecento: un luogo nel quale si incontrano esigenze igieniche, capacità ingegneristica, architettura, distinzione sociale e sensibilità religiosa.
Ma è forse il grande portale a suggerire ancora oggi la lettura più suggestiva. Dietro l’apparenza di un recinto dedicato alla morte potrebbe infatti nascondersi un messaggio opposto. La figura femminile che accoglie chi entra sembra ricordare che il cimitero non rappresenta soltanto la conclusione dell’esistenza, ma anche una soglia.
Una soglia nella quale, attraverso il linguaggio dei simboli, la morte viene trasformata in attesa, continuità e promessa di rinascita.
Giovanni Brugo