Per tornare alle genealogie, però, Arduino di Ivrea era un Anscarico, mentre Olderico Manfredi era un Aleramico, discendente di Aleramo. Aleramo, primo Marchese del Monferrato, era nato a Sezzadio nel 904 e morto a Grazzano Badoglio nel 991.
Tanto per rendere ancor più confuse le acque, entra adesso in scena un altro Arduino: Arduino di Torino. Conosciuto come Arduino il Glabro, questi era figlio di Ruggiero di Auriate - una contea fra Cuneo e Saluzzo – il quale ottenne, nel 941, da Ugo di Provenza - Marchese di Provenza - la Marca di Torino come premio per aver liberato il territorio della Val di Susa dai Saraceni. Nel 977 il titolo passò a suo figlio Olderico I e, nel 1000, a Olderico Manfredi.
Olderico Manfredi aveva un fratello, Alrico, che fu vescovo di Asti fra il 1008 e il 1034.
Alrico era stato nominato Vescovo dall'Imperatore Enrico, che depose il vescovo reggente Pietro.
Sempre per far comprendere come le gerarchie non fossero proprio chiarissime al tempo, Alrico si recò a Roma per essere riconosciuto Vescovo da Papa Giovanni XVIII, cosa che, puntualmente, avvenne. Al suo ritorno ad Asti, però, Alrico venne scomunicato dal Vescovo di Milano Arnolfo che, radunato il proprio esercito, mosse verso Asti.
Arnaldo prese Asti, imprigionò Alrico e il fratello Olderico, li deportò a Milano, li fece sfilare in ceppi, li perdonò e ridiede loro le cariche appena tolte.
Soprassediamo sull'utilità pratica di questa guerra e sulle morti inutili provocate. Risultato: Alrico rimase Vescovo di Asti fino al 1034, quando morì in battaglia.
In questo contesto politico e territoriale Corrado si accingeva a muoversi verso Roma attraversando il Piemonte, avendo da una parte gli Anscarici di Arduino di Ivrea, suoi nemici e scomunicati dalla Chiesa e dall'altra gli Aleramici di Olderico Manfredi e Alrico, filoimperiali e legati alla Chiesa.
Ovvio che, in questo contesto, gli spostamenti di Corrado II dovessero svolgersi all'interno dei territori controllati da Olderico e Alrico.
Nel territorio cattolico di Olderico e Alrico esisteva, però, un'anomalìa.
Sin dal II sec. a.C., nella zona delle Langhe compresa fra Barolo, Dogliani, Serralunga d'Alba e via dicendo, iniziano a formarsi i primi casolari ad indirizzo agricolo, voluti dai Romani per dare rifornimenti alle colonie fondate a seguito dell'occupazione delle Langhe avvenuta a scapito dei Celti: Alba Pompeia, l'Odierna Alba; Augusta Bagiennorum (dal nome dei Liguri bagienni, prima popolazione stanziale presente in loco) l'odierna Benevagienna; Pollentia, che si chiama oggi Pollenzo.
Sulla cime del colle ove sorge oggi l'abitato di Monforte d'Alba, venne edificato un fortilizio, del quale non esistono più tracce.
Non si tratta dell'odierno Castello di Perno, risalente al 1200.
Questo fortilizio si trovava, probabilmente, nel luogo ove sorge l'odierno Palazzo Scarampi, costruito nel 1706 dai Del Carretto, nuovi signori del luogo, sui resti di una precedente fortificazione. Il fortilizio era, certamente, nei pressi e, ove oggi sorge Palazzo Scarampi, nel 1225 venne edificata una Torre Nuova, esistente ancora nel 1277, quando fra le sue mura venne concluso un atto di cui si hanno le trascrizioni originali. Questa subì seri danni nel 1703 ad opera delle truppe savoiarde.
Che a Monforte esistesse una rocca di importanza strategica e tenuta in alta considerazione ce lo confermano, comunque, il nome della località, la storia del tempo e i fatti di cui parliamo.
Monforte era, sin dall'Alto Medioevo, Mons Fortis: Colle Fortificato.
Nell'Alto Medioevo, dopo la caduta dell'Impero Romano, essere un colle fortificato in queste zone voleva dire attrarre gente.
Nella zona delle Langhe si susseguirono, a breve distanza temporale, ondate di migrazioni esterne e invasioni militari da parte di Visigoti, Goti, Longobardi e Franchi.
Abbiamo visto in precedenza come, dalla Bulgaria e dalla Tracia, movimenti migratori si siano diretti verso l'Italia raggiungendo sicuramente la Toscana e la Provenza.
Non ci sono dubbi, quindi, che una comunità di origine Bulgara o Tracia possa aver raggiunto questi luoghi già nel X secolo portando con sé, come coloro che raggiunsero la Toscana e la Provenza, il germe di quel pensiero che divenne l'eresia Catara, anche non ancora compiutamente sviluppata.
Che si tratti di una comunità di origine Longobarda ci viene confermato da Rodolfo il Glabro che, all'inizio del suo racconto sui fatti di Monforte, lo descrive come Castrum Gens Longobardorum, confermando come si trattasse di una comunità, non solo non autoctona, ma neppure italica. Questa era, con ogni probabilità, cresciuta nel proprio isolamento sviluppando una propria dottrina, pur partendo da quei principi protocatari comuni alle popolazioni slave del tempo.
I principi della fede seguita da questa comunità vengono descritti da Landolfo Seniore, noto anche come Landolfo il Vecchio, scrittore vissuto fra il 1050 e il 1110 e appartenente al basso clero Milanese, noto per una Cronaca della Diocesi di Milano, che li descrive come una comunità dedita alla castità, al vegetarianesimo, alla comunione dei beni e, forse, favorevoli ad una certa forma di eutanasia.
La ricostruzione compiuta finora ci aiuta a comprendere perché, quando ancora non esisteva una vera e propria caccia ai Catari da parte della Chiesa Cattolica, avvennero i fatti che stiamo narrando e che, altrimenti, risulterebbero privi di giustificazione storica.
Il catarismo, infatti, iniziava ad essere una preoccupazione per la Chiesa Romana, ma era ancora lontano dal rappresentare quel pericolò che portò i pontefici a decidere di eradicarlo con la violenza che gli eserciti cristiani esercitarono nel corso della Seconda Crociata.
Nel periodo di cui trattiamo, anzi, non esiste nemmeno una vera Inquisizione o una lotta nei confronti di questo movimento.
Dovranno passare ancora 100 anni per lettera inviata da un preoccupato Everino di Steinfeld a San Bernardo, di cui abbiamo già parlato, più tempo ancora per l'istituzione dell'Inquisizione e circa due secoli per la crociata contro gli Albigesi.
Ma la comunità protocatara di Monforte d'Alba, Mons rappresentava un problema contingente, non certo per motivi dottrinari ecclesiastici o politici.
Quale rischio volete, infatti, che possa costituire una sperduta comunità isolata fra le colline e i boschi delle Langhe ?
Corrado II deve transitare da quei territori per raggiungere Millesimo e poi scendere verso Roma, percorrendo l'Aurelia, per farsi incoronare Imperatore del Sacro Romano Impero dal Papa.
Corrado è appoggiato dalla Chiesa Cattolica e dai Signori di Torino, gli Aleramici, alleati del Vescovo di Milano. Ma è osteggiato dagli Anscarici che, sin da quanto avvenuto ad opera di Arduino di Ivrea, sono in conflitto con la Chiesa Cattolica.
Monforte, col suo castello arroccato su una collina, a difesa delle valli circostanti e della via Magistra Langarum, costituisce un problema per la carovana Imperiale.
Si tratta, infatti, di una roccaforte anticlericale ed antiimperiale. Il Vescovo di Milano, Ariberto di Intimiano, vicario per l'Italia dell'Imperatore, recatosi a Torino per una visita conoscitiva, di ritorno dalla Borgogna - ove si era recato in spedizione militare in aiuto dell'Imperatore Corrado II - aveva scoperto l'esistenza della comunità eretica di Monforte.
Alla ricerca di una soluzione diplomatica del problema, aveva convocato a Torino, alla presenza di Olderico e del fratello Alrico, Vescovo di Asti, il capo di questa comunità, Gerardo di Monforte, per interrogarlo.
Non accadde, però, ciò che Ariberto avrebbe voluto. Gerardo non è affatto intimorito dalla figura del Vescovo, che pure detiene su di sé entrambi i poteri, quello ecclesiastico e quello imperiale, e non cede di un passo su quelle che sono le sue posizioni, politiche e, soprattutto teologiche.
La confessione di Gerardo, così come è stata tramandata, riporta:
"Crediamo nel Padre, nel Figliolo e nello Spirito Santo, che soli hanno la facoltà di sciogliere e legare; e il Padre è l'eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliolo è lo spirito dell'uomo, cui Dio amò; lo Spirito Santo è l'intelletto delle scienze divine, dal quale tutte le cose sono state regolate; non riconosciamo il Vescovo di Roma o verun altro fuori d'un solo che quotidianamente visita i nostri fratelli per tutto il mondo e gli illumina; e quand'è mandato da Dio presso lui si trova il perdono dei peccati".
Appare quindi, senza incertezza alcuna, chiaro che a Monforte esiste una comunità anticattolica e antiimperiale.
Non è chiaro se si tratti di vero e proprio catarismo, in quanto Landolfo Seniore, nella sua Cronaca della Diocesi e della Città di Milano, ci dice che Ariberto "sentì parlare di una non ancora udita eresia, che da non molto si era concentrata nel castello sopra il luogo detto Monforte".
Quindi non si sa se si tratti di Catarismo o di una diversa evoluzione di quel protocatarismo che dalla Tracia e dalla Bulgaria aveva raggiunto e lande sperdute delle Langhe, sviluppando, magari, una propria dottrina.
Dottrina non certo dissimile da quella Catara, ma non a questa completamente assimilabile.
Pare, infatti, che i Monfortini fossero molto più vicini a dottrine pelagiane (il rifiuto del peccato originale) o patarine (il movimento popolare nato in ambito milanese avverso gli abusi ecclesiastici).
Secondo quanto riportato da Euclide Milano (Bra, 1880 – Diano Marina, 1958) in un suo testo del 1904, da cui venne estratto un libello dal titolo "Gli Eretici di Monforte" edito nel 1905 dalla tipografia Racca di Bra, gli eretici di Monforte erano partecipanti ad una reazione che, nel medioevo, proveniva dal basso contro l'oppressione feudale ed ecclesiastica, finendo per sfociare nella Riforma Protestante.
Milano ci dice che i cronisti contemporanei che ebbero a parlare dei Monfortini, li descrissero ora come Manichei, ora come Catari.
Lo stesso Milano giustifica questa confusione col fatto che il fondamento delle due eresie è il medesimo, proveniente dall'Oriente e diffusosi in Armenia nel VII secolo, passando nei territori Slavi e, attraverso la Bulgaria, in Italia e in Francia, assumendo le nuova forma del Catarismo.
Per Milano i Monfortini rientravano fra le comunità catare originarie.
Questa eresia era già comparsa a Padova a metà del IX secolo, pochi anni prima dei fatti di Monforte; a Ravenna, ad opera di un certo Vilgardo, letterato e grammatico, che si mise a predicare dicendo che Dio si era rivelato anche ai grandi poeti dell'antichità pagana e, tramite essi, ai loro commentatori, giungendo a farsi scomunicare dal Vescovo di Ravenna; ad Orleans nel 1017, allorché un'eresia, si dice ivi portata da una donna italiana, venne raccolta dai due clerici Eriberto e Lisoio, che dissero di essere stati illuminati direttamente dallo Spirito Santo e misero in dubbio i dogmi cattolici, la struttura sociale e il sistema feudale, tanto da portare Riccardo, Conte di Orleans, a condannarli al rogo.
Tutto questo è però poco importante per la vicenda iniziale di Monforte. Quella di Monforte d'Alba è, sicuramente, una comunità invisa alle autorità Imperiali e Cattoliche e quindi, per loro, pericolosa.
Il Marchese Olderico e il Vescovo Alrico intravvedono un'ottima occasione per fare buona impressione sull'Arcivescovo di Milano e sull'Imperatore.
La zona di Monforte è controllata dai Benedettini che, come abbiamo visto, circa un secolo dopo dimostreranno la propria intransigenza nei confronti dei Catari. Alrico e Olderico non hanno, quindi, grossi problemi a giustificare il proprio intervento armato con gli ecclesiastici che controllano la zona.
Armano il proprio esercito e precedono l'imperatore sulla strada che da Perno porta a Monforte e, senza attendere, assaltano Monforte certi che, in caso di difficoltà, avrebbero ottenuto un pronto appoggio dall'esercito imperiale che seguiva a poca distanza.
In realtà non ne hanno alcun bisogno: la comunità di Monforte, seppure ben fortificata, non si aspetta un attacco e viene colta di sorpresa.
Tutta la cittadinanza viene presa, imprigionata e trasferita a Milano. A Milano la situazione è però, se non grottesca, perlomeno strana.
Questo gran numero di persone infatti - si parla di circa tremila - era tenuto prigioniero nella zona che oggi porta il nome del loro paese di provenienza. Si trattava, però, di una prigionia strana: non erano reclusi. Secondo alcuni questo avvenne per l'intenzione del Vescovo quella di tentare la loro conversione alla fede Cattolica.
Ma cosa fecero i Monfortini a quel punto?
Iniziarono a predicare i propri principi, trovando terreno fertile soprattutto fra i ceti bassi della popolazione Milanese e fra i contadini. Si narra che spesso andasse in visita ai Monfortini quell'Arioaldo che, solo pochi anni dopo, fu a capo della rivolta Patarina contro la diocesi Milanese. Spesso, in queste visite, era accompagnato da altri, che poi lo seguirono nella rivolta.
Il comportamento dei Monfortini provocò l'irritazione dei maggiorenti della città lombarda - certamente non felici di una predicazione che voleva la comunione dei beni - al punto che questi, "Heriberto nolente" (quindi contro la volontà del Vescovo, come riportato da più fonti), eressero sulla piazza della zona di Monforte, alle due estremità della stessa, una croce e una pira e posero i Monfortini davanti ad una tragica scelta: o abbracciare la croce e, quindi, la fede Cattolica, o bruciare sul rogo.
Le cronache raccontano che molti si lanciarono fra le fiamme, molti scelsero la croce e molti vennero gettati fra le fiamme con la forza.
Nella realtà sul rogo finirono, probabilmente, solo i cosiddetti Perfetti, cioè le gerarchie più alte dei Monfortini, che non avevano abiurato. Gli altri vennero lasciati liberi e, in seguito, secondo quanto afferma Felice Tocco (Catanzaro, 1845 – Firenze, 1911) nel suo "L'Eresia nel Medioevo", edito da Sansoni nel 1884, questi sopravvissuti appoggiarono la rivolta Patarina.
Questa storia si ammanta di leggenda quando si fa avanti una figura femminile: Berta.
Abbiamo già incontra una Berta, che forse erano due, quando abbiamo parlato di Arduino e di Olderico.
E, come loro, questa Berta è una figura contrastata fra realtà e leggenda.
Nelle cronache di Rodolfo il Glabro appare come una figura centrale, il vero leader carismatico e spirituale della comunità Monfortina. Questo farebbe comprendere come mai questo gruppo costituisse un'ulteriore pericolo per la Chiesa e la società del tempo: un capo spirituale e una guida politica femminile non erano certo un bell'esempio per il mondo patriarcale del medioevo longobardo e della Chiesa cattolica.
Questa Berta viene descritta da Rodolfo il Glabro come una guida spirituale, che girava per la città di Milano, accompagnata da un gruppo di Monfortini, predicando la propria fede e i propri principi. Narra Rodolfo che questi andarono in visita ad un moribondo, offrendogli la guarigione in cambio della sua conversione alla loro fede. Il malato non cedette alle tentazioni della donna e dei suoi compagni e morì il giorno stesso.
La figura di Berta appare, invece, molto più defilata in Landolfo Seniore secondo il quale, però, fu il soggetto del tentativo di conversione del Vescovo. Questa ricostruzione la fa apparire come la reale guida, almeno spirituale, ma forse anche secolare, di quella comunità. E' dirompente il messaggio che ne traspare: quello di una donna, guida politica e spirituale, in un mondo, quello dell'Italia medievale, che vuole la donna in posizione di sottomissione, tanto per la società laica che per quella religiosa.
Come tutte le figure di questa storia, però, anche la figura di Berta rimane avvolta nel mistero: alla fine né Rodolfo né Landolfo ci sanno dire chi fosse veramente.
La sua posizione di preminenza e la sua presunta cultura, porta a credere si tratti di una donna di nobile lignaggio.
Secondo lo storico Ferdinando Gabotto (Torino, 1866-1918) si tratterebbe di Berta moglie del Conte Gerardo di Calliano e madre di quel Gerardo che venne ricevuto a Torino dal Vescovo Ariberto.
Degli eretici di Monforte, invece, non rimane molto se non la citazione, ad opera di Euclide Milano, del suo testo del 1904, menziona la coeva esistenza di una navata dei Manichei nella chiesa parrocchiale di Monforte. Pur sembrando strano che ancora nel 1904 fosse presente traccia di questa Eresia nel Comune di Monforte, questo fatto testimonia quanto fosse radicata nella comunità. La chiesa parrocchiale venne demolita pochi anni dopo e sostituita da quella nuova.
Di tutta questa storia rimangono la citazione di una porta e il nome di una via in una città, Milano, che ha pochi o nessun ricordo dei fatti avvenuti.
La memoria popolare, invece, porta con sé il ricordo di una donna coraggiosa, la Contessa Berta, che si schierò contro il potere degli uomini e della Chiesa, in difesa dei poveri, degli oppressi e della libertà, finendo bruciata sul rogo.
Molti locali della zona di Monforte portano, oggi, il suo nome.
Di questi fatti e di questo periodo rimane certamente una gran confusione, fra Berte, Arduini, politica, religione e scontri di potere.
Questa era un'età in cui gli Imperatori eleggevano i Papi, che eleggevano gli imperatori; in cui i Vescovi andavano in guerra con eserciti propri, scomunicavano ed erano scomunicati, rappresentavano l'Imperatore e si scontravano col Papa; in cui esisteva un Re d'Italia ma non esisteva un'Italia; in cui il Mondo era tornato indietro di secoli ed era caduto in un turbinio di cambiamenti, in una rivoluzione che lo trasformò completamente; in cui non esistevano confini per le genti e le idee e quelli politici erano solo fonte di continui scontri; in cui le idee portavano alle guerre e la libertà era assoluta ma appesa ad un filo.
Era un mondo dove niente era certo: né i nomi, né le discendenze. E nemmeno gli anni: i fatti di Monforte si svolsero fra il 1027 e il 1028. Ma forse, come ci dice Euclide Milano, pur senza definire le prove che dice esaustive, era il 1034.
In tutto questo rimane una storia oggi dimenticata, che costituisce il prodromo e una versione in scala della crociata contro gli albigesi di due secoli dopo, quando cambiò il mondo, cancellando un parte dell'Europa e della sua storia che, ancora oggi, si fa fatica a ricostruire.
- R.