Caro Lettore,
con queste poche righe non posso esaurire un argomento vasto come quello del linguaggio iniziatico, o meglio degli iniziati; anzi, anche avessi più spazio, più righe, forse non vorrei nemmeno provare a esaurirlo, perché è un tema fluido al quale ritorno di tanto in tanto, rettificando pensieri e parole. Ecco allora che questo lavoro è semplicemente una riflessione incompiuta, per la quale chiedo il tuo aiuto e la tua comprensione.
Dire è un sinonimo di parlare. Mentre parlare è generico, è un proferir parola, discorrere e narrare, dire è significare/esporre un concetto con le parole. Potremmo dire che il parlare è afferente alla profanità, il dire al mondo iniziatico. Dire ha nella sua etimologia le lingue indoeuropee è ha come significato prevalente quello di mostrare, indicare sino ad arrivare a consacrare. Questo dire si collega al greco φαίνω (phaino) – ovvero "mostrare", "rendere manifesto" e a (faos) φάος luce. Il dire dell'iniziato, soprattutto se Maestro, dovrebbe essere un dire che porta alla luce e rende manifesto. Da un lato portare alla luce il suo proprio secretum iniziatico, dall'altro un aiutare a far venire alla luce. Far venire alla luce, quasi maieuticamente, le verità celate nella coscienza del suo interlocutore.
Provando a chiarire, e riferendomi solo al soggetto emittente, il dire dovrebbe essere manifestazione del grado di coscienza raggiunto; questo è uno dei motivi per cui nelle scuole iniziatiche i Neofiti o Apprendisti osservano il silenzio. Ciò, non ha a che vedere con la presunta pacatezza dei saggi immaginari delle varie mitologie. Il dire di un iniziato dovrebbe essere in armonia con il suo centro (microcosmo) e con il centro della Natura (macrocosmo). Il disvelamento amoroso ed erotico di Aleteia (ἀλήθεια) dovrebbe corrispondere ad disvelamento della coscienza dell'iniziato. Questo disvelamento può avvenire per gradi, come di solito avviene, o per una immediata folgorazione, come nel caso della via mistica. Il tentativo di disvelamento, non avendo certezza alcuna in merito alla sua riuscita, obbliga l'iniziato a re-flectere, a porre l'attenzione su se stesso, non un'attenzione egoica come si dice ultimamente, ma oserei dire eroica. Questo ripiegarsi sulla propria natura ed essere specchio della stessa impone a chi compie questa operazione, nella peggiore delle ipotesi, un prendere atto di ciò che si è. Preso atto di ciò che si è, lavorando ad approfondire la conoscenza, alla rettificazione e purificazione della materia grezza (opera al nero alchemica) l'iniziato potrà essere consapevole, in questa prima parte del lavoro, della sua più intima natura e dei suoi talenti che mai vanno sprecati o inutilizzati (vedi Matteo 25:14-30).
Da queste considerazioni, che non possono che essere parziali, una sorta di accenno a qualcosa di più vasto, ne emerge che il dire dell'iniziato, di colui che lavora costantemente su e in se stesso, con il maglietto e lo scalpello della volontà, con la costanza dell'amante verso l'amata, con lo studio disciplinato ecc. non potrà mai essere un dire inutile. Con il tempo il dire dell'iniziato sarà uguale “nel tempio” e fuori dal tempio (pochi a dire il vero arrivano qui), al principio dell'opera - principio che può restare tale una vita -, si sforzerà di correggere il suo dire, di usare il gergo degli iniziati e di non portare alcuna profanità nel tempio.
Può sembrare poco, ma non è così.
Michele Leone