Sulle origini di Piazza del Gesù

Sulle origini di Piazza del Gesù

Molti, anche tra i non appartenenti ad alcuna Obbedienza, sanno dell’esistenza – in ordine cronologico – di una Massoneria di Palazzo Giustiniani e d’una di Piazza del Gesù. Perché però persistano due diverse denominazioni rimane invece oscuro ai più. Eppure, va osservato, la spaccatura dovette essere molto profonda se sopravvisse a due guerre mondiali e permane persino nelle etichette ereditate dalla storia, talché vengono comunemente usate ancora oggi benché né il Grande Oriente d’Italia né la Serenissima Gran Loggia abbiano più sede a Palazzo Giustiniani e a Piazza del Gesù.


La gravità dello scisma del 1908 – l’anno della scissione del Supremo Consiglio dei 33.’. della Giurisdizione italiana del Rito Scozzese Antico e Accettato – apparve però subito chiara ai protagonisti. Ne è prova lo stesso riserbo tenuto dalla Rivista Massonica in merito a una vicenda i cui sviluppi rimasero quindi poco documentati e pressoché ignoti, nella loro autentica dinamica, alla maggior parte dei Fratelli della Comunione italiana. Nondimeno Ulisse Bacci assunse proprio quell’infausto 1908 quale termine ad quem del suo Libro del Massone italiano: arrestato proprio sull’orlo di un vallo destinato a fare epoca. Parimenti da ricostruire rimangono i tornanti percorsi da ripetuti tentativi di ricomposizione dell’Ordine negli anni 1919-21: primi anni della Gran Maestranza di Torrigiani, tra i cui intenti, sin da quando assunse il Supremo Maglietto, figurò appunto la riunificazione della Famiglia, cui si dichiarava disponibile l’allora Sovrano Gran Commendatore di Piazza del Gesù, Raoul V. Palermi.
Tra i più autorevoli testimoni della scissione, Giuseppe Leti – Luogotenente del Sovrano Ettore Ferrari, e promotore della ricostituzione del Grande Oriente d’Italia dell’esilio – si occupò della scissione del 1908 in alcune fra le più appassionate pagine del suo saggio “Il Supremo Consiglio dei 33.’. per l’Italia e le sue colonie (Appunti di critica storica)”.
Benché non tradisca mai la volontà dei fatti, quella di Leti è però una voce che fa confrontata con l’altra – al tempo silente – di Piazza del Gesù. Essa offre comunque una prospettiva d’interpretazione più ampia rispetto a quella proposta dalle Brevi note sull’anzianità del Supremo Consiglio del R.S.A.A., nelle quali Manlio Cecovini spiega la scissione del 1908 quale conflitto tra oltranzisti e conciliatoristi in merito all’atteggiamento da tenere nei confronti dei cattolici a quasi quarant’anni da Porta Pia. “Anche nel Supremo Consiglio – scrive infratti quel Sovrano Commendatore – i due opposti orientamenti presero corpo e alla fine vennero in urto. Il S.G.C. Ballori era fedele alla linea intransigente; il L.S.G.C. Fera era invece favorevole alla conciliazione. Ciò portò fatalmente, nel 1908, allo scisma che doveva poi dividere per oltre mezzo secolo la Massoneria italiana in due tronconi”.
Il giudizio di Cecovini – giurista e saggista di grande acume, narratore di finissimo gusto e storico della società triestina – merita certo la più attenta considerazione. Ma si possono svolgere, al riguardo, anche altre considerazioni.
Complementare a tale interpretazione politica del contrasto è infatti l’attribuzione del ruolo di regista occulto dell’intera operazione al deputato Giovanni Camera, agente su mandato e per conto di Giovanni Giolitti (allora presidente del suo terzo, lungo governo, 1906-1909) volto a spaccare la Massoneria che, secondo taluni, sembrava ergersi a vestale della coerenza laica della classe politica e del governo nazionale.
Questa interpretazione – cui sinora è mancato il suffragio d’una pur minima traccia documentaria fra le copiosissime carte di Giolitti e dei suoi collaboratori – ci sembra in contrasto con l’evidenza dei fatti, che possono essere così schematizzati:

  1. La mozione Bissolati, discussa alla Camera nel febbraio 1908 e intesa a vietare l’insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare, non era affatto riuscita a dividere i liberali; essa aveva anzi dimostrato l’isolamento dell’estrema radical-socialista e, di concerto, l’imprudenza del gruppo dirigente del Grande Oriente d’Italia, sceso in campo compatto a suo favore. La Massoneria italiana, in altre parole, si spaccò da sé stessa. Una sollecitazione dall’esterno avrebbe anzi rischiato di spingere i Fratelli a “far quadrato”;
  2. Né nel 1908 né in seguito, in alcun altro momento della sua ancor lunga vita politica, Giolitti puntò a “cambiare il fucile di spalla” (come scrisse Salvemini), cioè a sostituire un tacito accordo con il Partito socialista con una occulta intesa coi cattolici, la cui costituzione in partito egli giudicò sempre gravissima sciagura per il Paese, dato che avrebbe fatto irrompere nella già travagliata dialettica politica l’espressione diretta di interessi esterni al governo nazionale;
  3. c) Estraneo alla Massoneria, ma non ignaro del suo assetto storico – suo genero, Mario Chiaraviglio, era fra gli alti dignitari di quel Rito Simbolico Italiano il cui Presidente, Nunzio Nasi, egli stesso aveva travolto affossato con uno scandalo politico manovrato (e il cui esito aveva mostrato con tutta evidenza che l’appartenenza all’Ordine non era affatto garanzia d’incolumità neppure per i suoi più alti esponenti) – Giolitti era infine lontano dall’attribuire alla Massoneria il superpotere dipintone dagli antimassoni e dai più ingenuamente fervidi apologeti di loggia.

Ma, allora, perché la scissione del 1908? Che cosa la causò? Chi la volle? V’è motivo di auspicare che uno tra i momenti cruciali della storia della Massoneria in Italia esca dall’oscurità e, sulla scorta di un’adeguata documentazione, assuma contorni più discernibili. Il fortunato reperimento dell’Elenco dei corpi massonici regolari di Rito Scozzese Antico e Accettato per la Giurisdizione d’Italia e delle sue Colonie, datato 20 settembre 1910 (quando Piazza del Gesù era ancora Via Ulpiano) ci consente di sfatare almeno il ricorrente luogo comune secondo il quale essa sia stata un’operazione di fronda, sorretta da una sparuta minoranza di Fratelli, quasi tutti di modesto rango nel mondo profano. L’elenco ci consente invece di stabilire che la scissione incise in profondità nel corpo dello scozzesismo italiano e poté contare sul concorso di personalità eminenti: rilevanti, vogliamo dire, proprio sotto il profilo massonico (bastino, tra gli altri, i nomi di Teofilo Gay, Emanuele Paternò di Sessa, Dario Cassuto, Leonardo Bianchi, Enrico Presutti, Guglielmo Burgess, Gino Cremona: tutti membri effettivi e attivi del Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia governata da Saverio Fera, molti cresciuti alla scuola di Francesco Crispi in politica e di Adriano Lemmi in loggia).
La qualità degli scismatici e l’ampiezza della sua articolazione (11 Areopaghi dei Cavalieri Kadosch; 24 Capitoli dei Principi Rosa + Croce, 74 Logge e 38 triangoli) costituiscono una forza sulla quale lo storico deve tornare a riflettere per cogliere, senza preconcetto, le ragioni d’una vicenda che crediamo vada studiata e spiegata all’interno della Massoneria, senza ricorrere, una volta di più, a prestiti estrinseci quali, appunto, la matrice politico-parlamentare o partitico-governativa e i giochi di potere di Giolitti o di altri. È su quel terreno, del resto, che si sviluppò in seguito la lunga e complessa controversia sui riconoscimenti internazionali dei Supremi Consigli scozzesisti per la Giurisdizione italiana.

 

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