L’equinozio di primavera, nel calendario dei santi cristiani, coincide con la figura di san Giuseppe. Così come l’equinozio d’autunno coincide con la figura di san Zaccaria.
Che le ricorrenze cristiane siano state modellate su precedenti e più radicati culti è cosa nota e non vale soffermarsi ulteriormente. Il fatto è che in questo caso non si tratta di semplice ricorrenza: solstizi ed equinozi, come punti cardinali, squadrano il tempo. E dico “squadrare il tempo” con consapevole malizia perché “tempo” e “tempio” provengono dalla medesima radice indoeuropea tem- (“taglio”, “sezione”), passando dal greco τεµνω (“io separo”, “io taglio”): il tempo è una sezione, una suddivisione del divenire così come il tempio è sezione e suddivisione dello spazio (divide lo spazio sacro dal resto): hic et nunc, “qui e adesso”, spazio e tempo.
I quattro angoli cardinali del tempo, ovvero i solstizi e gli equinozi, ci parlano dalle profondità dei millenni, attraversano l’antropologia, la preistoria, la storia, la religione e la cultura del nostro tempo e ci impongono riti, abitudini, riferimenti, suoni, colori, sentimenti, speranze…
“Sono servite tutte queste cose perché le nostre mani si incontrassero” così chiude Le cause, una poesia di Jorge L. Borges, alla fine di un lungo elenco di cose, ognuna delle quali è stata indispensabile affinché il miracolo finale si compisse. Ognuno di noi è partito da molto lontano e ha percorso un lungo cammino, perché questa sera le nostre mani potessero incontrarsi.
Ed eccoci qui, a celebrare una ricorrenza cosmica, un battito cardiaco dell’universo, un frammento di tempo scandito dai grandi falò che, dalla notte dei tempi, gli uomini hanno acceso per segnare il passaggio equinoziale.
Intorno a quei falò donne e uomini, sacralizzati nell’unione di sangue e di cibo, celebravano riti dionisiaci di gioia e vitalità, fra banchetti collettivi e culti arborei nell’esplosione primaverile dei colori e odori della natura trionfante. Di quei banchetti oggi rimangono le zeppole, il cui nome proviene da “serpula”, “piccolo serpente” mentre il resto proviene dai “foculus”, che erano frittelle di una dolcezza peccaminosa che le vestali del dio Sileno (l’anziano barbuto satiro precettore di Dioniso, che l’iconografia raffigura con il piccolo dio tra le braccia) offrivano prima agli dei e poi agli uomini nel corso dei “Liberalia”, riti di purificazione, di fecondità, libertà e virilità. L’ambiguo dolce di san Giuseppe, santo a sua volta ambiguo che si adorna del più primaverile e candido dei fiori, il bianco giglio o, in alternativa, del più pericoloso tra i fiori: il velenoso, perfido nella sua bellezza, oleandro.
San Giuseppe è patrono ovviamente di falegnami e carpentieri, meno ovviamente dei procuratori legali, dei moribondi e, molto curiosamente, delle transumanze: se, per citare un altro poeta (nonché Massone), a “settembre è tempo di migrare” e andare “verso il mare”, a marzo è tempo di tornare fra i monti. La transumanza, rito antichissimo ma ancora vivo, rappresenta il ritorno a casa e agli affetti familiari dopo il periodo sabbatico della “marina”: se Gesù e san Giovanni sono scapoli irrequieti e ribelli, san Giuseppe e san Zaccaria sono, prima che ogni altra cosa, capifamiglia e sposi.
Non ho usato, finora, una delle parole più ricorrenti quando si parla di equinozi: non ho detto “equilibrio”.
E ciò perché, a mio avviso, l’equinozio di primavera impone e simboleggia tutt’altro che l’equilibrio.
L’equinozio di primavera promette felicità, gioia di vivere, una gioventù dello spirito e dei sensi, i ricordi ancestrali di antiche tavolate all’ombra delle querce, il vino che disvela i segreti, l’amicizia e, di ogni cosa il fine ultimo, l’amore.
Concedetemi ancora dei versi ben noti ma sempre potenti:
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d'allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Ma torniamo a san Giuseppe e, di riflesso, a san Zaccaria. Sono uniti da tratti comuni: entrambi anziani e saggi, entrambi silenziosi.
Zaccaria diventerà muto in senso stretto: incapace di pronunciare parola, fino alla nascita del figlio Giovanni il battista.
Giuseppe, di suo, è l’unico personaggio, a parte le comparse sullo sfondo, in tutti e quattro i Vangeli a non dire neanche una parola. San Giuseppe non pronuncia verbo ma dice. Dice con i gesti, con i comportamenti, con il lavoro; fa quello che è necessario, quello che deve, quello che ci si aspetta da lui. In silenzio.
Ecco, è venuto, forse, il momento: ci sarà tanto da fare, tanto lavoro. Sarà necessario che ognuno faccia quello che è necessario, quello che ci si aspetta da lui. In silenzio.
Io sono pronto e mi taccio.
Franco Abitante