Quello che percepiamo come suono singolo, per esempio una nota emessa da un violino o da un pianoforte, dalla nostra voce o da qualsiasi sorgente sonora, in realtà non è puro ma è una sovrapposizione di ipertoni, un amalgama di frequenze multiple a quella del suono originario.
Questi armonici naturali sono i responsabili della modellazione e del timbro, così che ogni cosa risuona in un modo assolutamente unico.
Alla nascita, dal punto di vista della percezione acustica, l’uomo è una pagina bianca: la mappa armonica non è impressa biologicamente ma viene acquisita nel tempo; ognuno di noi, potenzialmente, può ricavare e codificare le coordinate del suono e riprogrammare la propria capacità di ascolto e di lettura.
È come se conservassimo la memoria di un complesso sistema di relazioni e proporzioni matematiche, le stesse che determinano la struttura armonica dei corpi celesti, del sole, della luna e dei pianeti, che con i loro movimenti di rotazione e rivoluzione producono un suono continuo, non percepibile dall’orecchio umano.
È la musica mundana, che si riflette nella musica humana.
Partendo dal diapason greco, Pitagora costruisce una scala di armonici naturali mettendo in luce le relazioni tra numeri e universo sonoro. Considerando due note, se esse hanno rapporto 2:1, la nota fondamentale vibra con frequenza pari alla metà della sua ottava. Ciò che viene indicato con i numeri 2 e 1 rappresenta quindi lo stesso suono, ma di altezza diversa: identici in natura, ma diversi di grado. La relazione tra i numeri 2 e 3 (rapporto 3:2) origina poi l’intervallo di quinta, su cui è basato l’intero sistema armonico pitagorico. E non è forse un caso che la quinta nota si chiama dominante, corrispondente al Sol nella scala di riferimento o, secondo la notazione in uso nel mondo anglosassone, alla nota G.
Infine, mettendo in relazione il numero 4 con il 3, si arriva al terzo intervallo fondamentale, quello di quarta, l’altro intervallo “giusto” oltre all’unisono e a quello di quinta appena citati.
In sostanza, se Do è la nota fondamentale originata dalla corda libera, la sua metà suona l’ottava, ridotta ai suoi due terzi suona Sol (la quinta), diminuita ai suoi tre quarti suona Fa (la quarta).
Ecco una manifestazione esemplare della Tetratkys.
Questi numeri, posti in relazione tra loro, danno origine a tutte le consonanze, alla rappresentazione della perfezione divina che comprende l’uno e il molteplice, all’armonia che concordia del discordante.
Da ciò deriva la rappresentazione dell’intero sistema solare come una lira a 7 corde, dove ogni pianeta emette il proprio suono: 7 note musicali, 7 sono anche i diesis e i bemolle, 7 sono ancora le chiavi musicali che, secondo la diversa posizione sul pentagramma, formano l’insieme dei 7 registri del coro classico.
L’universo è un numero, il più alto divisibile solo per sé stesso.
Procedendo dunque per cicli di quinte, si giunge a completare l’intera scala pitagorica, fino a individuare il singolo tono nel rapporto di 8/9 e l’intervallo di semitono nel rapporto 243/256. Dunque, il semitono naturale non è la metà esatta del tono in quanto rimane un intervallo residuo, una differenza infinitesimale di frequenza, o comma pitagorico, che fa sì che l’intero ciclo delle quinte, dopo 12 suoni, non si chiuda esattamente sulla nota di partenza.
Nella sua apparente imperfezione, questa costruzione è stata oggetto nel corso dei secoli di svariati tentativi di aggiustamento, non ultimo il nostro sistema equabile temperato, che divide l’ottava in 12 semitoni esattamente uguali tra loro così che, qualsiasi sia la prima nota della scala, è possibile produrre la stessa sequenza di toni e semitoni parimenti distanziati tra loro.
Da sempre cerchiamo di fissare sistemi di riferimento, strutture familiari nelle quali dare un ordine artificiale al suono attraverso regole e rapporti netti, per rendere lo spazio armonico un territorio definito, chiuso, controllato e “sicuro”. L’intera nostra cultura musicale è il prodotto di un mondo sonoro, per così dire, artificiale in cui, per non smarrirci nell’infinito, siamo disposti a negoziare le sequenze armoniche al prezzo di una inevitabile approssimazione e di una conseguente perdita di conoscenza.
Camminiamo lungo la circonferenza di un cerchio, su un sentiero noto che alla fine dovrebbe riportarci comunque a casa, al punto di partenza. Eppure questo non basta, manca qualcosa. Forse non abbiamo dimenticato quella piccola vibrazione, la frazione infinitesimale che non farà mai chiudere il cerchio; quell’errore, quel dubbio capace di staccarci dal piano e farci risalire lentamente lungo una nuova spirale, nel nostro infinito procedere.
Liberamente tratto dall’archivio di Delta (C. S.)