Da Gogol’ a Google. Anime morte, con portafoglio

Da Gogol’ a Google. Anime morte, con portafoglio

Veramente, non è caro.
Un altro, un truffatore la imbroglierebbe, le venderebbe delle porcherie, non delle anime,
io invece ho solo noci sode, tutta roba scelta;
se non è un artigiano, allora è un contadino pieno di salute.

Gogol’, Anime morte

Sono due i modi attraverso i quali la scienza muta la nostra comprensione il primo può essere definito introverso, ossia riferito a noi stessi; il secondo estroverso, cioè riferito al mondo.
Sino alla metà del XVI secolo, si pensava che l’uomo fosse al centro dell’universo, là felicemente collocato da un Dio creatore, in una posizione confortevole e rassicurante. Quando, nel 1543, Nicolò Copernico pubblicò il suo trattato sulla rotazione dei pianeti intorno al sole, “Sulle rivoluzioni dei corpi celesti”, diede avvio ad una “rivoluzione” nel modo di comprendere noi stessi, spostando per sempre la terra dal centro dell’universo, e determinando, con l’”eliocentrismo”, una radicale trasformazione scientifica nella visione del mondo.
La seconda rivoluzione si è verificata quando Charles Darwin, alla fine del XIX secolo (1859), pubblicò “L’origine delle specie”, mostrando che ogni specie vivente è il frutto di una evoluzione nel tempo da progenitori comuni attraverso un processo di selezione naturale.
Anche se le nuove scoperte scientifiche ci spodestarono dal centro del regno biologico, pensavamo che, sebbene non fossimo più al centro dell’universo e del regno animale, eravamo ancora padroni dei nostri contenuti mentali: l’unica specie completamente responsabile dei propri pensieri. La difesa della nostra centralità nello spazio della coscienza, approssimativamente datata al “cogito ergo sum” di Cartesio ((1596-1650), fu affidata alla identificazione del nostro posto speciale al centro dell’universo attraverso la nostra esclusiva capacità di autoriflessione cosciente, grazie al chiaro e integrale accesso ai nostri contenuti mentali, dalle idee alle cause, dalle emozioni alle credenze. Gli psicologi pensavano che l’introspezione fosse una sorta di viaggio interiore alla scoperta dei territori della mente,
Fu Sigmund Freud (1856-1939) ad avviare una terza rivoluzione, spazzando via questa illusione attraverso il suo lavoro psicanalitico. Freud sostenne che anche la mente è inconscia e soggetta a meccanismi di difesa come quello della repressione. Molto di quello che facciamo è frutto dell’inconscio; gli stati coscienti della mente intervengono, di regola, per costruire racconti che forniscono, in seguito, una giustificazione razionale delle nostre azioni. Anche se riconosciamo che, dal punto di vista culturale, Freud ha avuto un ruolo chiave nell’avviare la radicale messa in discussione delle nostre certezze cartesiane, possiamo ammettere che le attuali neuroscienze sono un candidato più credibile della psicanalisi al ruolo di rivoluzione scientifica.
Possiamo quindi riconoscere che non siamo immobili al centro dell’Universo (la rivoluzione copernicana), innaturalmente separati e diversi dal resto del regno animale (la rivoluzione darwiniana) e interamente trasparenti a noi stessi come le menti cartesiane (la rivoluzione freudiana o neuroscientifica).
Anche se possiamo discutere sul valore dell’interpretazione di queste tre rivoluzioni nello sviluppo  della nostra autocomprensione, occorre ammettere che fu lo stesso Freud a concepirle come parte di un processo unitario di graduale ridefinizione della coscienza della natura umana: oggi, nella percezione che qualcosa di significativo e profondo sta accadendo in relazione alla vita umana,  stiamo sperimentando qualcosa che potremmo descrivere nei termini di una “quarta rivoluzione”, che mette in gioco il riposizionamento e la ridefinizione della  nostra natura e del nostro ruolo nell’Universo.
Lo spazio entro il quale potevamo trincerarci nella difesa della dignità del pensiero, indicatoci da Blaise Pascal (1623-1662) nel celebre passaggio “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. (…)”, ci portava a ritenere che il nostro posto speciale nell’universo non avesse a che fare con l’astronomia, la biologia o la trasparenza della mente, ma risiedesse nelle nostre superiori capacità di pensiero. L’intelligenza era, e tuttora è, una proprietà alquanto vaga, difficile da definire, ma eravamo persuasi che nessuna creatura sulla terra potesse in questo superarci; nutrivamo la malcelata convinzione di essere al centro dell’infosfera, senza che nessun’altra creatura terrestre potesse occupare tale posto. Ma fu lo stesso Pascal a minare le basi di tale convinzione, inventando la “Pascalina”, strumento che poteva realizzare le quattro operazioni, aritmetiche, e che Pascal aveva costruito per aiutare il padre nel suo impiego di supervisore delle tasse a Rouen. La Pascalina ebbe una enorme influenza sulla storia dei calcolatori e su Gottfried Leibniz (1646-1716), matematico e filosofo tedesco che ideò il sistema moderno dei numeri binari, e che è considerato il primo scienziato del computer e teorico dell’informazione.
Sei anni dopo la pubblicazione della lettera di Pascal, nel 1651, Thomas Hobbes (1588-1679), uno dei più influenti pensatori politici di tutti i tempi, pubblicò il suo capolavoro, “Leviatano”, nel quale ha fatto il suo ingresso l’idea rivoluzionaria per la nostra cultura: “La ragione non è che il calcolo (cioè l’addizione e la sottrazione) delle conseguenze dei nomi generali su cui c’è accordo per contrassegnare e significare i nostri pensieri; dico contrassegnarli quando li calcoliamo per noi stessi e significarli, quando dimostriamo o proviamo i nostri calcoli agli altri uomini”.
Pascal non aveva considerato la possibilità che avremmo costruito macchine autonome in grado di superarci nella capacità di processare informazioni dal punto di vista logico e di agire in modo più efficiente del nostro quando fosse richiesto di processare informazioni per assolvere un determinato compito. Ciò che non era stato ancora percepito, divenne chiaro con Alan Turing, il padre della quarta rivoluzione, che ci ha deposti dalla posizione privilegiata ed esclusiva che avevamo nel regno del ragionamento logico, della capacità di processare informazioni e di agire in modo intelligente. I nostri dispositivi digitali svolgono un numero crescente di compiti che richiederebbero da parte nostra una certa attività intellettuale se ci fossero stati affidati.
A partire dal lavoro rivoluzionario di Turing, l’informatica e le ICT (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) hanno iniziato a esercitare un impatto sia introverso sia estroverso sulla nostra comprensione, dotandoci di conoscenze scientifiche senza precedenti sulla realtà naturale e artificiale, nonché delle capacità di operare su tali realtà. Inoltre, hanno gettato una nuova luce su chi siamo, sul modo in cui ci relazioniamo con il mondo e tra di noi, e su come concepiamo noi stessi.
La quarta rivoluzione ha rimosso l’erroneo convincimento della nostra unicità e ci ha offerto gli strumenti concettuali per ripensare la comprensione di noi stessi. Stiamo lentamente accettando l’idea che non siamo agenti newtoniani, isolati e unici, ma che siamo organismi informazionali (Inforg), reciprocamente connessi, e parte di un ambiente informazionale (Infosfera) che condividiamo con altri agenti informazionali, naturali e artificiali, che processano informazioni in modo logico e autonomo, agenti che non posseggono la nostra stessa intelligenza, ma che possono essere facilmente più bravi di noi in un numero sempre più elevato di compiti.
Di fatto, molto probabilmente siamo l’ultima generazione a fare esperienza della chiara distinzione tra ambienti online e offline: alcune persone trascorrono già la maggior parte del proprio tempo onlife, così come alcune società sono già “iperstoriche”. Agenti artificiali e ibridi, cioè in parte umani e in parte artificiali, come ad esempio le banche, interagiscono ormai in quanto agenti digitali con ambienti digitali, e, dato che condividono la stessa natura, possono operare tra loro con molta più libertà e capacità di controllo. Vengono delegati o esternalizzati ad agenti artificiali ricordi, decisioni, compiti di routine, con modalità che sono sempre più integrate con le nostre vite.
Per comprendere il riposizionamento prodotto dalla quarta rivoluzione, occorre innanzitutto capire, in negativo, che non siamo più al centro dell’universo, e, in positivo, il nuovo modo di comprendere noi stessi in quanto “inforg”, e non dovrebbe essere confusa con l’idea di una umanità “cyborg”, che contraddirebbe il messaggio sociale che vorrebbe veicolare: essere costantemente raggiungibili rappresenta, infatti, una forma di schiavitù e non è certamente ciò a cui le persone aspirano, quanto piuttosto ciò che cercano di evitare, laddove possibile. Inoltre, nell’interpretare noi stessi come agenti informazionali, non ci riferiamo al fenomeno diffuso della trasposizione all’esterno del mentale e della sua integrazione con le tecnologie oggi a disposizione, anche se dipendiamo sempre più da una molteplicità di dispositivi adibiti a compiti quotidiani. Tuttavia, la visione per cui dispositivi, strumenti e altri congegni o supporti ambientali possano essere considerati come parte integrante della nostra” mens estensa” è ancora basata sull’idea dell’agente cartesiano, indipendente e totalmente responsabile dell’ambiente cognitivo, che controlla e utilizza attraverso le sue “protesi mentali”, dalla carta e penna allo smartphone, dal diario al tablet, al computer. 
Infine, la visione post-umana di una umanità geneticamente modificata, responsabile del proprio DNA informazionale e quindi delle sue future incorporazioni, rappresenta un futuro per ora non realizzabile tecnicamente né moralmente accettabile.
Ciò che è auspicabile è un cambiamento più pacato, meno sensazionale, ma più cruciale e profondo, nel modo di concepire che cosa sia un essere umano. La radicale trasformazione dell’ambiente in cui viviamo e degli agenti che vi operano, ci sta portando ad iniziare a concepire noi stessi come “inforg”, non attraverso qualche trasformazione biotecnologica del nostro corpo, ma con la scoperta della natura intrinsecamente informazionale dell’identità umana. È scioccante ammettere di condividere questa natura con alcuni dei nostri artefatti più intelligenti, anche se è illuminante il comprendere meglio noi stessi come “tipi speciali di organismi informazionali”, anche se ciò non equivale a dire che siamo degli alter ego digitali, dei “mister Hyde” rappresentati dai nostri blog, email, tweet o indirizzi elettronici. Il cambiamento è più profondo: prevede la distinzione tra tecnologie che “migliorano” e quelle che “aumentano”.
Se le impugnature, gli interruttori, le manopole delle tecnologie che migliorano, quali asce, armi, trapani, sono interfacce volte a consentire l’applicazione dello strumento al corpo dell’utente in modo ergonomico, così i dati e i pannelli di controllo delle tecnologie che aumentano sono interfacce tra ambienti diversi. Da un lato, l’ambiente esterno dell’utente umano; dall’altro l’ambiente della tecnologia. La lavatrice, la lavastoviglie, il frigorifero, sono tecnologie efficienti perché hanno il loro ambiente “costruito intorno” e ritagliato sulle loro capacità; le ICT, invece, non sono meramente tecnologie che migliorano o aumentano, ma sono forze che modificano l’essenza del mondo perché creano e ri-costruiscono interamente realtà che l’utente è quindi in grado di abitare: le loro interfacce digitali operano come porte di ingresso.
In definitiva: l’interfaccia di una lavastoviglie è un pannello tramite il quale la macchina entra nell’ambiente dell’utente; l’interfaccia di una ICT è una porta attraverso la quale l’utente entra e può essere presente in una regione dell’infosfera.
Stiamo vivendo una migrazione epocale e senza precedenti dell’umanità dallo spazio fisico newtoniano al nuovo ambiente dell’infosfera, anche perché quest’ultimo sta gradualmente assorbendo il primo. Man mano che gli immigranti digitali saranno rimpiazzati dai nativi digitali, questi ultimi finiranno col ritenere che non vi sia più alcuna differenza tra l’infosfera e il mondo fisico, se non un mutamento di prospettiva.
Alla luce della quarta rivoluzione, noi, organismi informazionali tra altri organismi informazionali, inforg disindividualizzati e re-identificati, potremo essere trattati come beni da vendere ed acquistare sul mercato della pubblicità: nuove “anime morte” di Gogol’, ma con portafoglio. Il nostro valore dipenderà dal potere di acquisto che abbiamo come membri di un gruppo di consumo, che si trova ad un solo click di distanza: nessuno si preoccuperà di chi siamo sul web fino a che la nostra identità coinciderà con quella del genere corretto di acquirente. Non ci sarà una borsa valori per tali “anime morte online”, ma tanti Čičikov che vorranno acquistarle.
Da Gogol' a Google, attraverso una reazione “personalizzante” di fronte ad un massiccio processo di “mercificazione”: reazione naturale ma complicata. Possiamo costruire, personalizzare e riappropriarci di noi stessi nell’infosfera per mezzo di blog, post su Facebook, pagine di Google, video su YouTube, condividendo le nostre preferenze relative a cibo, scarpe, animali, luoghi da visitare, vacanze, auto, foto su Instagram, e così via, valutando e classificando tutto ciò in cui ci imbattiamo online. È perfettamente ragionevole che Second Life rappresenti una sorta di paradiso nel quale anime digitali avvertono intensamente la pressione di conseguire segni visibili della propria identità. Usiamo e pubblichiamo informazioni che ci riguardano per diventare meno anonimi e più riconoscibili dal punto di vista informazionale. Paradossalmente, vogliamo conservare un elevato livello di privacy informazionale come se fosse l’unico modo di salvaguardare un prezioso capitale da investire in seguito pubblicamente per costruire la nostra immagine di individui facilmente riconoscibili e re-identificabili nella loro unicità.

In conclusione: le ICT stanno creando il nuovo ambiente informazionale nel quale le generazioni future trascorreranno la maggior parte del loro tempo, in nuovi ambienti fisici e intellettuali. Alla luce del rilevante mutamento nel tipo di interazioni mediate dalle ICT e nella comprensione di noi stessi, occorrerà un approccio ambientale in grado di affrontare le nuove questioni etiche sollevate dalle ITC. Un approccio che non privilegi il naturale o ciò che è incontaminato, ma tratti, come vere e genuine, tutte le forme di esistenza e di comportamento, anche quelle basate su artefatti sintetici, ibridi, artificiali e frutto di ingegneria, al fine di formulare un quadro etico che possa trattare l’infosfera come un nuovo ambiente meritevole di cura e di attenzione morale da parte degli inforg che la abitano. Un’etica propria di un ambientalismo digitale, sintetico, sia nel senso di olistico o inclusivo, sia nel senso di artificiale, che riguardi l’intera infosfera, un’etica attenta al mutare del modo in cui percepiamo noi stessi e i nostri ruoli in rapporto con la realtà, a ciò che è da considerarsi degno di cura e al modo di riconciliare il naturale e l’artificiale, al fine di comprendere che l’infosfera è uno spazio comune che è necessario tutelare a vantaggio di tutti.
L’ideale etico, allora, diventa quello di attualizzare gli strumenti cognitivi, affettivi e sensoriali, e di coltivare un maggior grado di responsabilizzazione e di affermazione delle interconnessioni di ciascuno nella loro molteplicità, attraverso la selezione delle forze affermative che catalizzano il processo del divenire postumano, regolate da un’etica della gioia e della positività, che opera tramite la trasformazione delle passioni da negative a positive.
Questo è un modo per essere all’altezza dei nostri tempi, per accrescere la nostra libertà e la nostra comprensione delle complessità che viviamo, in questo mondo non più antropocentrico, né antropomorfo, bensì geopolitico, eco-filosofico e “zoe-centrato”.

Mario A.

Bibiografia:

  • Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte. DeriveApprodi, 2014;
  • Floridi, La quarta rivoluzione, Raffaello Cortina Editore, 2017.

Delta on-line

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