Quella dell’Epifania e la figura della Befana hanno una storia speciale, complessa e antichissima che nasce da una sinergia di elementi completamente differenti l’uno dall’altro, ma che confluiscono tutti nel costruirle. Entrambe derivano dagli antichi riti propiziatori pagani dedicati ai cicli stagionali legati all’agricoltura, relativi al raccolto dell’anno trascorso ormai pronto a rinascere come nuovo anno portatore di nuovi frutti. La festa dell’Epifania è una delle più importanti feste cristiane ed è stata per un lungo tempo la seconda festa più importante dopo la Pasqua e celebrava tre elementi liturgici insieme: l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù ed il suo primo miracolo, ma siccome nessuno sapeva con esattezza quando fosse nato il Salvatore, né la data esatta del suo primo miracolo e neppure quando esattamente fosse stato battezzato, bisognava trovare una data che raccogliesse e simboleggiasse tutti questi elementi e la scelta cadde il 6 gennaio per uno di quei motivi di sovrapposizione alle feste pagane. Infatti il 6 gennaio era per i culti dionisiaci il momento della benedizione delle acque e siccome Gesù viene battezzato con l’acqua ed il suo primo miracolo è quello delle nozze di Cana con la trasformazione dell’acqua in vino, sembrò quella la data più idonea anche perché per i riti dionisiaci, nel santuario del Liber Pater e nella città di Chia avveniva che vi fosse un miracolo identico a quello delle nozze di Cana perché nel tempio la sera del 6 gennaio venivano lasciate delle giare piene d’acqua e il giorno dopo queste erano piene di vino, dunque quale data migliore di questa? Inoltre il 6 gennaio era per alcune tradizioni la data della nascita di Dioniso.
Naturalmente dopo diventò solamente il momento dell’adorazione dei Magi, dunque dei doni dei Magi al Salvatore: festa dei doni.
Ma il discorso dei doni nasce anche da un altro motivo: dal 17 al 23 di dicembre venivano festeggiati i Saturnali, durante i quali si celebrava il dio Saturno, il dio preposto ai semi e alla fruttificazione, il dio dell’età dell’oro, un tempo mitico di prosperità ed abbondanza durante il quale gli uomini non avevano bisogno di seminare, né di far fatica, perché la terra offriva spontaneamente tutto ciò di cui essi necessitavano, non vi era né odio, né guerre ed era sempre primavera. I Saturnali dunque erano la festa dell’abbondanza in cui ci si scambiavano doni, erano ammesse tutte le trasgressioni, gli schiavi sedevano a tavola insieme ai padroni ed ogni consuetudine sociale veniva a cadere.
All’interno delle celebrazioni dei Saturnali, il 19 dicembre vi erano anche gli Opalia, dedicati alla dea Ops considerata la sposa di Saturno ed il giorno dopo, il 20 dicembre seguivano i Sigillaria dedicati a Giano e a Strenia, la dea dei regali. In quel giorno venivano raccolti nel bosco sacro a lei dedicato, rami di verbena donati agli amici ed ai lari domestici si dedicavano piccole effigi a forma di sigillo, da qui il nome Sigillaria.
Durante tutto il periodo di festa si scambiavano e si donavano pupazzi di terracotta, candele dipinte, focacce di frumento e miele, rami di lauro e di ulivo, oltre che fichi e frutta secca, pertanto l’idea di donare qualcosa in questo periodo dell’anno è estremamente antica.
Ma l’Epifania ha anche degli aspetti assai oscuri. Durante le 12 notti magiche di passaggio dall’uno all’altro anno (dal 25 dicembre al 5 gennaio) ritornavano i morti, quelli buoni, ma anche gli spiriti cattivi ed insieme ad essi presenze demoniache: streghe, lupi mannari, misteriose figure femminili selvagge, per cui era un periodo che bisognava stare a casa alla sera, le finestre dovevano essere ben chiuse e si recitavano anche scongiuri per impedire a queste presenze di entrare in casa.
Tra queste ce n’era una particolare che nel Medioevo diventò molto famosa: l’Homo Selvatico, la cui leggenda parla che viveva nei boschi, lontano da ogni consuetudine sociale, descritto come un uomo gigantesco, dotato di notevoli masse muscolari che se ne andava in giro nudo, ma non aveva bisogno di vestiti perché era pelosissimo, con una barba incolta che lo copriva tutto, ma nonostante il suo aspetto inquietante era una figura positiva che manteneva tutta l’ingenuità e la purezza dell’età antica, un personaggio molto strano che secondo la tradizione popolare insegnò agli uomini a produrre l’olio, il formaggio, il burro, a usare la cera d’api per produrre candele ed avrebbe perfino inventato l’ombrello! (quanti preziosi regali). Egli è una rappresentazione, una derivazione in pratica degli antichi poghè che rappresentano gli antichi abitanti della terra, coloro che non erano stati contaminati dalla civiltà. L’Homo Selvatico è, secondo alcune tradizioni, il marito della Berta, della brava Berta, una delle figure che darà origine alla nostra Befana.
Ma tante altre sono le figure che dettero origine alla Befana, tanto che descriverle tutte è quasi impossibile, mi limiterò quindi a ricordarne qualcuna, rammentando il fatto che le origini hanno sempre un riferimento pagano.
La dea Diana per esempio, non presiedeva solo alla caccia, ma era una divinità legata anche alla fertilità ed ai culti agrari e si pensava che con lei vi fossero altre figure femminili di semi-divinità che avessero il potere di fecondare i campi volteggiando sopra essi (da qui nasce il mito della figura “volante”). Erano le cosiddette Bonae Femine; fra queste in ambito tedesco c’è Frau Holda (il cui nome deriva dal tedesco hold che ha lo stesso significato del latino propitius, cioè propizio) ed è una divinità che porta propizia, fertilità, ricchezza e abbondanza.
In una successiva saga islandese troviamo la maga Ulda, amante di Odino e madre di due semi-dei, anch’essa antenata della Befana e con lei Perchta la cui tradizione celtica vuole legata alla protezione delle fanciulle, in particolare alle filatrici. Personificazione dell’inverno, anche Perchta è dispensatrice di doni.
Fra le altre semi-divinità che popolano l’immaginario medioevale c’è anche Perth, la dea bianca. Dal suo nome deriva Berta che è la figura della nonna e rappresenta caratteristiche somatiche già tipiche della Befana: è brutta, è vecchia, ha un naso enorme e adunco come una specie di proboscide e può essere estremamente vendicativa. Ma perché questa bruttezza in una figura generosa e simbolo della fecondità dei campi? Una delle ipotesi a questa risposta è il persistere di una polemica riguardo un concetto del divino prettamente maschile nei confronti di un divino originario in situazioni preistoriche dove il divino era femminile.
C’è però anche un altro motivo: la fertilità era sempre legata alla terra, elemento che dà i frutti, ma anche elemento che raccoglie le spoglie di chi muore, dunque rappresenta ciò che dà e ciò che prende. Tutto questo è riassunto in una figura della tradizione sarda: l’Abbacadora che è colei che toglieva la vita ai morenti e veniva ingaggiata affinché i malati terminali cessassero di soffrire e impedissero alla famiglia di essere libera per i lavori nei campi e della pastorizia. L’abbacadora in gioventù era una levatrice, colei che per tutta la vita aveva dato la nascita, ora diventata anziana così come aveva dato la vita, la toglieva e pare questo il motivo per cui spesso le “antenate” della nostra Befana hanno una doppia faccia, un’ambiguità di fondo. Tra queste Erodiade. Nel Medioevo si fa una grande confusione sulle figure evangeliche e si mescola molto. Erodiade era confusa con l’ancella Ostearia, una figura ricordata da Matteo (XIV-66) il quale racconta che l’ancella Ostearia era praticamente una governante che stava sulla porta del palazzo del Gran Sacerdote e che a un certo punto si mise a parlare con Pietro mettendolo in difficoltà fino a quando egli fu quasi costretto a rinnegare Cristo. Per altri invece Erodiade era la nonna di Erode che vergognandosi e pentendosi per la strage degli innocenti è costretta per l’eternità a ripagare i bimbi portando loro dei regali. Tra queste figure femminili antenate della Befana c’è anche Domina Abundia, la signora dell’abbondanza. Si ritrova soprattutto in area francese ed è colei che dona quantità di cibo in abbondanza rappresentando il desiderio di una società eternamente sofferente che ha sempre attorno a sé lo spettro della fame e della carestia e perciò tende a divinizzare in un certo qual senso, tutto ciò che è abbondante. Ancora in area francese troviamo le Arie che secondo alcuni antropologi sono ciò che è rimasto delle antiche sacerdotesse druide. Sono vestite di bianco e giungono a cavallo o a dorso di un asino distribuendo doni particolari: semi di lino e semi di fagiolo che venivano allora seminati proprio in inverno. Accanto a queste figure e in area montana si trovano le Clangiuri, una specie di demoni femminili caratterizzate da una grossa gobba (altra caratteristica della Befana), Frau Feste, tipica del bernese, la Mokosa in Slovenia che protegge le femmine e le aiuta nella tosatura delle pecore, nella coltivazione del lino e nella filatura e Bagajaga, tipica di tutta l’area slava, dalla Serbia alla Russia; è questa una figura femminile orrenda: al posto delle gambe ha solo ossa, il viso è scuro con i denti neri e affilati, i seni le arrivano alle ginocchia, tant’è che quando corre se li getta dietro alle spalle. E’ una figura oltremodo terribile che ricorda le nostre Agane, tipiche del Friuli, una specie di fate/streghe che quando sono in buona aiutano gli uomini nel lavoro dei campi, ma guai ad irritarle perché sono estremamente vendicative.
Tutte queste figure si trasformarono piano piano da protettrici delle fanciulle a dispensatrici di doni ai bambini, mantenendo però la loro funzione di spauracchio perché se i bimbi non si fossero comportati bene durante l’anno, la Befana invece di premiarli con dolci, frutta e giocattoli, li avrebbe puniti lasciando loro carbone e cenere a rappresentare il niente di ciò che avevano combinato durante l’anno.
La Befana è una moulieres des formes: brutta, con la gobba, arriva a cavalcioni di un asinello con due gerle piene di doni o a cavallo di una scopa, come una vera e propria strega, ma a differenza di quest’ultima cavalca la ramazza al contrario e non porta il cappello, ma un fazzolettone in testa e uno scialle; passa per il camino ed il viso è sempre sporco di fuliggine, ma ha anche la capacità di aprire le porte con il dito mignolo che usa come un grimaldello.
Sulla Befana esistono tantissimi scritti e addirittura c’è una genealogia della Befana. In Toscana per esempio, si dice fosse figlia o moglie del Bau, uno spauracchio usato per intimorire i bambini, il quale a sua volta era figlio dell’Orco. Esiste anche una sorella della Befana, una certa Bilorsa che ha due figlie scapestrate: la Capraferrata e la Trentacanna, tutti spauracchi dei bambini.
La Befana è presente in tanto immaginario italiano con centinaia e centinaia di tradizioni locali, non regione per regione, ma paese per paese. Per esempio ad Offida nelle Marche, la Befana si dice che arrivi da Corfù e quando non arriva significa che è naufragata in mare e ciò è segno di un anno difficile. A Saonne, sempre nella Marche, essa è festeggiata ancora oggi il 6 di febbraio perché nel 1975 una immensa nevicata isolò il paese per settimane, cosicché la festa slittò di un mese e ancora oggi viene celebrata con un mese di ritardo. In Abruzzo è legata a tante figure di cui questa regione è ricchissima dal punto di vista folcloristico, dalle dame bianche alle sibille e le fate e bisogna ricordare che in questa regione il 6 gennaio è molto legato alla figura dei Re Magi e fra le altre ha una tradizione del tutto particolare: c’è il rito dell’acqua, l’acqua della Boffe (la Befana) che consiste nel raccogliere dell’acqua in una bacinella da parte del capo famiglia, appoggiarla su un tavolo la notte del 5 gennaio e poi il giorno successivo spargerla per casa per esorcizzarla dagli spiriti maligni recitando una formula che si tramanda verbalmente da padre, madre, figlio, figlia.
A Bari ci sono addirittura due Befane! Pasqua Befanì e Morta Befanì. La prima è la Befana che tutti conosciamo, la seconda invece è un personaggio inquietante perché non ha la scopa, ma regge in mano una grossa falce, è vestita di nero e sottobraccio ha un grosso libro con il nome di tutti coloro che moriranno entro l’anno e con il carbone, come l’angelo della Pasqua ebraica, segna la casa di chi dovrà morire.
In Sardegna la figura della Befana è molto legata a quelle delle Jane, figure ambigue, un po’ streghe e un po’ fate. Secondo alcune tradizioni sono brutte, piccole, nere, dispettose e possono addirittura rapire i bambini, mentre in altre parti dell’isola sono bellissime, dolci, amorevoli e dispensano doni. In Veneto troviamo la Reina Dodesa. A Venezia la Marantenga. In Sicilia vi è la Strina che abita in una grotta di montagna dove prepara i dolci, le fave e i ceci abbrustoliti che oggi non vorrebbe più nessuno, ma un tempo erano apprezzati e poi nella notte di san Silvestro li porta in dono. A Corleone invece la Befana assume l’aspetto di una formica o di un uccellino per entrare all’interno delle case.
E per concludere, un accenno alle Befanate che un tempo erano comuni. Nelle campagne si svolgeva una questua (una specie di Halloween) dove un gruppo di giovani andava di casolare in casolare chiedendo qualcosa da mangiare. Uno di questi era vestito da vecchia baffuta e storpia, un altro era vestito in maniera comica ed era il marito della Befana. Se le loro richieste venivano esaudite ringraziavano e se ne andavano, altrimenti coprivano di improperi i poveri padroni di casa. Le Befanate nacquero nel Medioevo come rappresentazioni sacre sul tema dell’adorazione dei Magi per poi trasformarsi in cose diverse: invece di portare in giro le statue dei Magi, si cominciò a portare in giro un bamboccio rappresentante una vecchia: il Befano o il Befanino. A Firenze ogni sestriere della città organizzava il proprio corteo fatto di giovani che andavano in giro con il proprio Befano che al termine del percorso veniva bruciato. In altre zone invece il fantoccio veniva segato ed era questo un modo per esorcizzare l’inverno, il freddo e predisporsi alla bella stagione.
A proposito di Befano e nonostante tutto ciò descritto finora... come dice una mia amica: ma siamo proprio sicuri che la Befana sia femmina? Quale donna andrebbe in giro conciata in quel modo e per giunta con le scarpe rotte?
Loredana Mazza