All'ombra di un'erma. La grazia e il debito della parola

All'ombra di un'erma. La grazia e il debito della parola

Glossa a due versi dell'inno orfico a Hermes

«Ascolta me che prego, concedendo un buon compimento di vita

nelle opere, nelle grazie della parola e nei ricordi.»

(Inni orfici, a cura di G. Ricciardelli, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori Editore, 2000, p. 79)

Così si chiude l'inno orfico a Hermes, e la parola, in quei due versi, è intima al dio quanto i calzari alati e il bastone d'oro. Chi domanda «le grazie della parola» le domanda a un dio che due versi prima è invocato come glóssēs deinòn hóplon, «arma terribile della lingua»; che al quinto verso si compiace degli inganni astuti, dolíais t' apátais; e che al quarto è salutato come lógou thnētoîsi prophêta, «profeta della parola per i mortali».[1] La supplica non nasce dunque in un mondo dove il parlare sia innocuo e vada soltanto abbellito: nasce dopo che nella lingua si è riconosciuta un'arma, e Gabriella Ricciardelli, commentando quel verso, ricorda come già Gorgia avesse pensato che la parola potesse essere più forte della violenza.[2] L'inno ammette il pericolo prima di chiedere la grazia; questa precedenza, che sembra un dettaglio di composizione, è invece il primo insegnamento del testo.

Senza addentrarci in pensieri da filosofi del linguaggio, semiologi o filologi, proviamo a riflettere brevemente sul parlare, che è la forma di comunicazione prevalente tra gli enti mortali. Il parlare è quanto vi sia di più indispensabile per esprimere e quanto di più adatto a creare equivoci o ferite; nessuno strumento ci è insieme tanto necessario e tanto incline a rivoltarsi contro chi lo impugna. Pensiamo per un attimo a quanti fraintendimenti e quante liti nascano nelle conversazioni tenute nelle applicazioni di messaggistica istantanea, dove la parola giunge spogliata del corpo, del tono e della pausa, cioè di tutto quanto, nel parlare vivo, corregge il senso mentre lo consegna.

Non traccerò un quadro di Hermes, dei suoi epiteti e attributi, ma mi fermerò con te, e per questo uso il noi, all'ombra di un'erma per un breve discorso. L'erma non è un monumento: è un cippo che segna i crocevia e i confini, la soglia dove chi arriva e chi parte si incontrano per un momento e si scambiano qualcosa, foss'anche soltanto una notizia. Chi parla sta esattamente lì, sul limite fra sé e un altro; e il dio che presiede a quel limite è il medesimo che presiede ai commerci, ai messaggi e ai furti. Nessuna posizione è più esposta.

Sulla parola cháris conviene resistere alla tentazione di renderla con «eleganza» o «piacevolezza», che sono i significati residuali ereditati dall'italiano per via del latino gratia. Il lessico registra tre strati sovrapposti e mai del tutto separabili: lo splendore che si irradia da qualcuno o da qualcosa e lo rende gradito allo sguardo; il favore accordato da chi dona; il senso del favore ricevuto, cioè la gratitudine di chi riceve.[3] La stessa parola nomina il fascino, il dono e il debito, e li nomina come tre momenti di un unico movimento; qualora si traducesse con «grazia» e nulla più, si perderebbe che il termine ha sempre due estremi, chi dà e chi rende.

Qui il lettore italiano rischia uno scivolamento che conviene disinnescare subito: la parola «grazia» gli arriva carica di secoli di teologia, dove designa un dono che precede ogni merito e che appunto non obbliga. Nell'uso greco arcaico accade quasi il contrario, poiché la cháris è ciò che istituisce un obbligo e attende di essere restituita. Va aggiunto che nell'inno il termine compare al plurale, chárisin, e il plurale conta: non si chiede una qualità stabile da possedere, ma occorrenze, momenti singoli in cui la parola riesce; le Chárites, del resto, sono figure di culto prima che astrazioni di scuola. Sulla Grazia tornerò con la gratia gratis data di Tommaso Campanella.

Che cosa siano queste occorrenze lo dice Omero meglio di qualunque definizione. Nell'ottavo canto dell'Odissea, Odisseo replica al giovane che lo ha appena insultato osservando che un uomo può essere di aspetto mediocre e tuttavia un dio gli incorona di forma le parole, theòs morphèn épesi stéphei, sicché egli parla senza incespicare, con verecondia mite, e chi lo ascolta lo guarda passare per la città come si guarderebbe un dio; un altro invece può avere l'aspetto degli immortali, ma la grazia non gli si intreccia intorno alle parole, oú hoi cháris amphiperistéphetai epéessin.[4] Il verbo merita attenzione, perché dice qualcosa che nessuna teoria della comunicazione dice: la cháris non sta dentro le parole come vi sta il significato, si dispone attorno ad esse, le circonda, le incorona. È l'alone che rende una frase ricevibile; ed è, in Omero, il criterio con cui si giudica chi ha appena parlato male.

Nel quindicesimo canto la stessa formula ritorna, e ritorna in bocca a Hermes: per volere del dio, si dice, alle opere degli uomini sono concessi grazia e prestigio, érgoisi chárin kaì kŷdos opázei.[5] A pronunciare quelle parole è Odisseo travestito da mendicante, cioè un uomo che in quel momento non possiede altro che la propria lingua; il dio dell'inno orfico e il dio dell'epica si sovrappongono, e la richiesta che chiude l'inno smette di apparire una formula devozionale per rivelarsi la domanda più concreta che un mortale possa rivolgere.

Che la grazia sia un dono, e non un merito, complica la questione invece di semplificarla. Nessuno decide di avere le parole incoronate; il talento oratorio, come la bellezza del volto, tocca a chi tocca, e nell'orizzonte omerico è distribuito dagli dèi senza che al mortale sia dato discuterne il criterio. Si potrebbe concluderne che di un dono non ricevuto per merito nessuno debba rispondere, e sarebbe la conclusione più comoda. È anche la più falsa: di un dono si risponde dell'uso, mai del possesso, e proprio perché non l'hai guadagnato non puoi spenderlo come una cosa tua. L'oratore, il poeta, l'iniziato che abbia trovato la propria voce si trovano tutti nella medesima posizione: amministratori di qualcosa che li attraversa. Il dono non discolpa: obbliga.

Il passaggio decisivo, tuttavia, è un altro, ed è quello che trasforma una questione di stile in una questione di responsabilità. Gli studi sulla poesia greca arcaica hanno mostrato che la cháris non designa uno stato passivo, bensì un piacere che impone un contraccambio: appartiene alla famiglia della reciprocità, accanto alla philía e alla logica del sacrificio, dove nessuno dona senza attendere.[6] Se ciò è vero, chiedere le grazie della parola significa domandare di essere ammessi a uno scambio, non di ricevere un ornamento; e chi ottiene che la propria parola sia gradita ha contratto, nell'istante medesimo in cui è stato ascoltato, un debito verso chi lo ha ascoltato. La responsabilità cessa allora di essere un dovere imposto al linguaggio dall'esterno, per scrupolo morale o per galateo: diviene la struttura interna del gradire. Non si è responsabili malgrado la propria parola sia stata bella, si è responsabili perché è stata bella abbastanza da essere accolta; e chi seduce e poi si sottrae non ha infranto un codice deontologico, ha incassato una cháris senza renderla, che per i Greci era la definizione stessa dell'ingratitudine.

La parola è uno strumento di potere, potere inteso come poter fare, poter dire, poter esporsi, poter ferire. Tra gli strumenti a nostra disposizione è probabilmente il più forte e il più fragile; può essere ctonia e solare, può divenire vibrazione che connette il microcosmo con il macrocosmo, e per questo nelle scuole iniziatiche, nelle religioni dei Misteri, all'Apprendista e al neofita viene negato l'uso della parola, perché come tutti gli strumenti necessita di studio e di pratica prima di poter essere utilizzato. Il silenzio imposto non è una punizione né una prova di obbedienza: è il tempo in cui si impara a misurare il peso di ciò che, una volta detto, non potrà più essere ritirato.

Se le nostre scuole si occupassero anche di questo, avremmo forse generazioni di persone migliori. La precisazione è necessaria, poiché sarebbe scorretto sostenere che il percorso di studi italiano ignori l'oralità: l'ascolto e il parlato vi figurano da sempre come uno dei nuclei dell'educazione linguistica, e la grammatica esplicita, che molti immaginano padrona del campo, occupa in quegli elenchi l'ultima posizione.[7] Quello che manca è un'altra cosa, ed è precisamente ciò di cui stiamo parlando: si insegna a parlare bene, a esporre, ad argomentare, a persuadere; non si insegna a rispondere di ciò che si è detto. L'oralità è trattata come un'abilità da esercitare e da misurare, mai come un atto che impegna chi parla nei confronti di chi ascolta; il debito che la parola contrae non compare fra gli obiettivi di apprendimento, e non compare per una ragione semplice: nessuno lo ha mai considerato materia d'insegnamento.

Torniamo alla grazia della parola. Se la grazia è ciò che rende gradita la parola, la sua corruzione porta il medesimo nome: parlare per compiacere. La lingua che l'inno chiama arma terribile è la stessa che nell'inno gode degli inganni; Hermes è patrono della parola e della frode nel medesimo respiro, e nessuna operazione filologica permette di separare i due attributi assegnandoli a due divinità diverse. Ne discende la formula centrale di questa glossa: la cháris è la condizione di efficacia della parola e insieme il luogo del suo tradimento, e la responsabilità consiste esattamente nel non poter avere l'una senza esporsi all'altro. Chi rinunciasse alla grazia per prudenza non diventerebbe per questo più responsabile: diventerebbe soltanto inefficace, e la sua verità non arriverebbe a nessuno.

La distinzione da tenere ferma è quella fra il piacere di chi ascolta e il suo bene, che nella pratica si somigliano al punto da confondersi, e che nell'esito divergono sempre. Compiacere è dare all'altro ciò che l'altro desidera sentirsi dire; parlare con grazia è dare all'altro ciò che gli serve in una forma che egli possa ricevere. La prima operazione è più facile, più rapida, e produce gratitudine immediata; la seconda costa fatica a chi parla e talvolta dispiace a chi ascolta, e viene riconosciuta molto più tardi, quando viene riconosciuta. Nessun criterio esteriore permette di distinguerle sul momento: sono identiche nell'apparenza, e differiscono soltanto per l'intenzione di chi parla e per ciò che accade dopo.

Quindi ben parlare dovrebbe diventare l'abito dell'iniziato, in questo specifico discorso, ma, a ben vedere, dovrebbe diventare l'impegno di ognuno di noi nel mondo. L'inno, del resto, non chiede la parola da sola: chiede un buon compimento di vita nelle opere, nelle grazie della parola e nei ricordi, ergasíaisi, lógou chárisin kaì mnēmosýnēisin, e fra questi tre termini corre una misura precisa.[8] La grazia senza le opere è adulazione, poiché nulla la sostiene; la grazia senza la memoria è intrattenimento, poiché nessuno potrà chiedertene conto domani. Si risponde di una parola nella misura esatta in cui essa viene ricordata e imputata a chi l'ha pronunciata.

Prima di parlare, però, dovremmo sempre compiere un'altra operazione, ascoltare e non solo con le orecchie il nostro interlocutore, che sia un soggetto esterno alla nostra persona o la nostra parte più intima.

Amore - Coraggio - Scienza

Michele Leone



[1]Rispettivamente ai vv. 10, 5 e 4: «γλώσσης δεινὸν ὅπλον, τὸ σεβάσμιον ἀνθρώποισι»; «γυμνάσιν ὃς χαίρεις δολίαις τ' ἀπάταις»; «πτηνοπέδιλε, φίλανδρε, λόγου θνητοῖσι προφῆτα». Inni orfici, a cura di G. Ricciardelli, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori Editore, 2000, p. 78.

[2]Ivi, p. 343, dove il commento al v. 10 rinvia a Gorgia, Encomio di Elena, 8 sgg., a Eraclito, Quaestiones homericae, 9, e allo pseudo-Focilide, v. 124.

[3]H. G. Liddell – R. Scott – H. S. Jones, A Greek-English Lexicon, Clarendon Press, s.v. χάρις.

[4]Omero, Odissea, VIII, vv. 169-175: «ἀλλὰ θεὸς μορφὴν ἔπεσι στέφει [...] ἀλλ' οὔ οἱ χάρις ἀμφιπεριστέφεται ἐπέεσσιν».

[5]Omero, Odissea, XV, v. 320: «ἀνθρώπων ἔργοισι χάριν καὶ κῦδος ὀπάζει».

[6]B. MacLachlan, The Age of Grace. Charis in Early Greek Poetry, Princeton University Press, 1993.

[7]Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo d'istruzione, D.M. 16 novembre 2012, n. 254, dove l'italiano è articolato in «Ascolto e parlato», «Lettura», «Scrittura», «Acquisizione ed espansione del lessico ricettivo e produttivo» e, in ultima posizione, «Elementi di grammatica esplicita e riflessione sugli usi della lingua». Le nuove Indicazioni nazionali, adottate con D.M. 9 dicembre 2025, n. 221, pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» del 27 gennaio 2026 e vigenti dall'anno scolastico 2026/2027, confermano l'oralità fra gli assi dell'educazione linguistica.

[8]Inni orfici, cit., pp. 343-344: il commento osserva che la preghiera finale domanda un buon completamento della vita in tre campi che rientrano tutti nella sfera d'influenza del dio, le opere, il bel parlare e i ricordi.

Delta on-line

Delta on-line, erede della storica pubblicazione, ha lo scopo di comunicare più agevolmente e ad un maggior numero di lettori articoli di cultura massonica.

Disclaimer

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

Free Joomla templates by Ltheme